Pronto soccorso allo stremo, carenza di medici, ma soprattutto liste di attesa troppo lunghe, spingono sempre più italiani a rivolgersi alle strutture private: il 67,8% lo fa per visite specialistiche, il 55,4% per esami diagnostici e il 46,7% per la cosiddetta prevenzione terziaria (diete, attività fisica, dispositivi). Scopri di più!

Cresce la spesa privata per la salute

Stando ai dati emersi dal XXI Rapporto di Cittadinanzattiva sulle politiche della cronicità (“Nel labirinto della cura”), presentato lo scorso dicembre al Ministero della Salute, sempre più cittadini sono costretti a sostenere spese private in ambito salute e benessere: il 67,8% lo fa per visite specialistiche effettuate in regime privato o in intramoenia; il 60,9% per l’acquisto di parafarmaci (per esempio per integratori alimentari, dermocosmetici pomate); il 55,4% per esami diagnostici; il 46,7% per la cosiddetta prevenzione terziaria (diete, attività fisica, dispositivi); il 44,6% per l’acquisto di farmaci necessari e non rimborsati dal servizio sanitario.

Secondo il rapporto, il 76% dei pazienti con malattia cronica e rara si confronta con le liste d’attesa al momento della prenotazione delle prime visite specialistiche; il 68,7% quando ha a che fare con gli esami diagnostici; il 62,4% con le visite di controllo e il follow-up; il 60% con il riconoscimento invalidità civile e/o accompagnamento; il 51% con il riconoscimento handicap; il 48,8% per l’accesso alla riabilitazione; il 44,4% con gli screening istituzionali (cioè quelli per la diagnosi precoce dei tumori della cervice uterina, della mammella, e del colon retto).

Un ultra sessantacinquenne su quattro rinuncia a visite o esami

Secondo quanto rivelato lo scorso dicembre dall’analisi del sistema di sorveglianza Passi d’Argento dell’Istituto Superiore di Sanità, tra il 2020 e il 2022, il 24% degli ultra 65enni italiani ha rinunciato a una visita medica o un esame diagnostico di cui avrebbe avuto bisogno.

Il 31% ha dichiarato di aver rinunciato per timore del contagio da SarsCoV2; il 22% per la sospensione del servizio o la chiusura dello studio medico a causa delle restrizioni imposte dalla pandemia; il 36% per le liste di attesa; il 7% per difficoltà nel raggiungere la struttura o per scomodità degli orari proposti. Infine il 5% riferisce che la rinuncia è stata determinata dai costi elevati e non sostenibili.

Come prevedibile, con il passare degli anni presi in esame, il problema delle liste d’attesa è diventato sempre più centrale: nel 2020 le liste d’attesa erano il problema principale per appena il 10% degli intervistati, ma lo sono diventate per il 49% nel 2022.

Condividi sui tuoi canali social
Ti potrebbe interessare anche